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13/01/2010 |
| Non vedi che siamo in transito? |
Passeggiando nell'umanità
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di Leonardo Butelli
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Con il perdurante e continuo flusso migratorio di gente che si sposta da un paese all’altro, l’uomo occidentale si è trovato a fare i conti oltre che con se stesso con l’altro, intendendo quest’ultimo come il riflesso di un’altra civiltà.
Portatore di un coacervo di valori, culture, religione, credenze e visioni del mondo questo “altro” ha innescato nel tessuto sociale occidentale ossidato dal tempo e dalla storia, una sorta grande contraddizione. Questa consiste, in gran parte, nel considerare la storia dell’occidente quale essa è, un capitolo di un vasto libro in cui sono più le pagine vuote di quelle scritte.
Dopo la caduta del muro di Berlino e l’avvento della nuova società globalizzata, si può affermare con certezza che l’uomo è in transito, su un vasto territorio, tutto da esplorare, una pagina bianca tutta da scrivere.
In questo stato di “transito” in cui siamo costretti a vivere, riemergono conflitti che la natura e l’educazione avevano consolidato in una sorta di “stabilità” che nessuno premoniva finisse.
Con la crisi della “stabilità” la riconsiderazione dell’essere emerge con tanta vigoria e audacia che le disposizioni alla reazione sono così tante e diverse da dover riconsiderare impellente la riscrittura stessa delle regole di una nuova convivenza.
In questa crisi di stabilità le pulsioni e le reazioni dell’uomo sono sintetizzabili in due tipologie di comportamento: violenta e sofferente.
Sappiamo per convenzione che la violenza è generata dal conflitto estremo mentre la sofferenza da un forte sentimento di inadeguatezza, anche se tale sentimento le attraversa tutte e due, ma certamente è più rimarcato nel secondo.
Cosa accade allora all’uomo moderno occidentale? In modo un po' più complicato diremmo una forte crisi identitaria , più semplicemente decadenza, siamo cioè nel bel mezzo di una fase in cui si sente forte la perdita di un diritto.
Nel caso ci riferissimo all’immigrazione la perdita del diritto al possesso del nostro territorio, anzi al dominio di esso. Se invece ci riferiamo alla politica, alla società, al benessere, alla perdita di senso, o meglio, all’attribuzione di quel significato che abbiamo sempre attribuito a tutte le categorie che ci hanno contraddistinto come “civiltà dominante”.
E’ come se fossimo arrivati improvvisamente senza alcun preavviso alla fine di una storia. Che fare?
E’ la domanda che l’uono di sente in dovere di farsi ogni santo giorno.
Pregare? Lavorare? E sì e per cosa, per quale obiettivo?
Sì perché la nostra civiltà capitalistica e funzionale, si è sempre fondata sul principio che ogni appartenente ad essa aveva il dovere di realizzare stati progressivi di benessere fino al massimo godimento possibile.
Dato per scontato che la forte crisi che ci ha investiti non lascerà le cose immutate l’aspettativa più rosea che abbiamo è quella di pensare che domani non sia peggiore di oggi.
Su questo pensiero fondiamo i nostri comportamenti.
A noi piace pensare che dato per scontato che non toneremo ad avere ciò che avevamo meglio prendere tutto ciò che la vita ci offre con parca memoria e piano piano avviarci lungo una linea lenta ma prolifica.
“Se trovi che a paragone del Dio che domina le tue passioni tutto è meschino e spregevole, non fare posto a nient’altro dentro di te, poiché una volta che tu propendi verso un’altra cosa, non potresti più onorare senza ostacolo quel bene che unico è veramente tuo”.
(Marco Aurelio, Pensieri, ed. Mondadori) |
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